I rincari delle commodity rischiano di bloccare le imprese. Conseguenza della guerra o speculazione pilotata?

In questo articolo di approfondimento giornalistico, frutto di una lunga e attenta indagine dei mercati finanziari, agganciata in parallelo al dato empirico, riguardante ciò che sta accadendo nelle nostro quotidiano, ci siamo presi l’onere di comprendere, prima, e spiegare poi, le reali motivazioni che stanno dietro il rincaro esorbitante dei prezzi dei carburanti e delle risorse energetiche

 in generale, inclusa come vedremo la crisi idrica; del resto nell’ottica del controllo climatico, se hanno deciso che la prossima emergenza sarà la siccità, allora statene certi che NON PIOVE!

  • L’aumento dei prezzi delle materie prime sui mercati internazionali, iniziato dagli ultimi mesi del 2020, è ampio e diffuso. Per il petrolio si tratta di un recupero più che pieno, dopo il crollo dovuto alla prima ondata di pandemia (+13% a dicembre 2021 su fine 2019). Per il rame, invece, di un enorme rincaro (+57%), così come per il cotone (+58%). A questi rincari si è sommato lo scorso anno il balzo del costo dei trasporti marittimi, anche questo piuttosto persistente. Di recente, negli ultimi mesi del 2021, si è aggiunta l’impennata del gas naturale in Europa, che oggi è la commodity che mostra di gran lunga il maggior rincaro (+723%).
  • L’impennata della quotazione del gas si è rapidamente trasferita sul prezzo dell’energia elettrica in Italia, facendo lievitare i costi energetici delle imprese industriali: 37 miliardi previsti per il 2022, da 8 nel 2019. Un livello insostenibile per le imprese italiane, che minaccia chiusure di molte aziende in assenza di interventi efficaci. Il prezzo dell’elettricità è più alto che in Francia e altri paesi europei, a seguito delle policy che questi hanno messo in campo. Questi rincari significano anche un marcato aumento della bolletta energetica, pagata dall’Italia ai paesi esportatori.
  • Sono possibili nell’immediato una serie di azioni, sia congiunturali che strutturali: intervenire sulle componenti fiscali e parafiscali della bolletta elettrica e del gas naturale, aumentando il livello di esenzione per i settori della manifattura, in particolare i comparti energivori a rischio delocalizzazione; aumentare la produzione nazionale di gas naturale e riequilibrare, sul piano geopolitico, la struttura di approvvigionamento del Paese; promuovere una riforma del mercato elettrico, al fine di disaccoppiare la valorizzazione della crescente produzione di energia rinnovabile dal costo di produzione termoelettrica a gas.
  • Il forte aumento dei costi per le imprese si è tradotto in una brusca compressione dei margini operativi, data la difficoltà di trasferire ai clienti i rincari delle commodity. La sofferenza dei margini è tendenzialmente maggiore nei settori più a valle, quelli che producono beni di consumo (per esempio, abbigliamento e mezzi di trasporto), che sono più vicini alla domanda finale ancora compressa; ma anche nei settori energivori (cemento e ceramica, metallurgia, legno e carta). L’assorbimento dei rincari nei margini delle imprese, fino al loro annullamento, spiega anche perché l’inflazione in Italia rimane più bassa che altrove.
  • L’inflazione sta crescendo ovunque, anche in Italia (+3,9% annuo) dove però è spinta solo dai prezzi dell’energia, restando più bassa di quella dell’Eurozona e degli USA. La misura core, al netto di energia e alimentari, in Italia è molto moderata (+1,4% annuo), mentre nell’Eurozona e soprattutto negli USA è balzata ben oltre la soglia del 2,0% vigilata dalle banche centrali. Lo scenario più probabile resta che la fiammata dell’inflazione in Italia e in Europa sia temporanea, grazie all’attesa flessione delle quotazioni petrolifere, e si registri un rientro nel 2022. Ciò eviterebbe un rialzo dei tassi europei quest’anno, a differenza di quanto accadrà negli USA.

Inflazione in salita, ma moderata in Italia, scrivevano i giornalai in data 17 gennaio 2022. Vediamone più da vicino le dinamiche.

La dinamica dei prezzi al consumo in Italia è tornata in territorio positivo a inizio 2021 (era a -0,2% nel 2020) e poi è salita rapidamente, fino al +3,9% annuo a dicembre (+1,9% la variazione media nel 2021, Grafico A). Si tratta di valori molto più bassi di quanto registrato in altri paesi avanzati.

Due fattori continuano a tenere bassa la dinamica dei prezzi al consumo core in Italia (esclusi energia e alimentari): la domanda dei consumatori ancora compressa, sebbene in ripresa; la persistente debolezza dell’attività in alcuni settori, sia nell’industria (es. tessile-abbigliamento) che nei servizi (es. attività turistiche). Gli effetti di second round dell’energia sui prezzi core continueranno ad essere contenuti anche nel 2022.

Le attese sui prezzi in Italia, invece, al momento assecondano il rialzo. Quelle dei consumatori sono tornate positive dai mesi estivi del 2021, salendo poi su valori piuttosto elevati (+24 il saldo delle risposte a novembre, sui 12 mesi). Anche le imprese industriali hanno rivisto al rialzo le attese sui prezzi di vendita, fin da inizio 2021, salendo progressivamente fino a toccare il nuovo picco della serie storica (+46 a novembre, sui prossimi mesi).

Come risultato netto di tutti questi fattori, la dinamica dei prezzi core, che era scesa a zero a settembre 2020, è stata spinta al rialzo nel 2021, ma in misura modesta, anche dalle riaperture e da alcune strozzature di offerta, arrivando al +1,4% annuo a dicembre.

In particolare, la dinamica dei prezzi dei servizi, che era caduta in negativo (-0,1%), ha subito ampie oscillazioni, risalendo infine al +1,7%. Tra i servizi, i maggiori rincari si registrano tra quelli relativi ai trasporti (+3,6%), che risentono (tipicamente dopo alcuni mesi) del rincaro dei carburanti. Gli altri prezzi dei servizi, invece, restano moderati.

I prezzi al consumo dei beni industriali, che nel 2019 avevano un andamento di poco negativo, si stanno mantenendo su una dinamica moderatamente positiva (+0,7% a dicembre). Finora, nei prezzi al consumo dei beni non energetici italiani non si legge un impatto dei rincari delle commodity. Tale dinamica, peraltro, è decisamente inferiore alla variazione dei corrispondenti prezzi alla produzione per i beni di consumo (+3,4% annuo a novembre). Ciò sembra riflettere una forte erosione dei margini delle imprese nella fase della distribuzione al consumo finale.

Prezzi energetici alle stelle La dinamica dei prezzi energetici (+29,1% annuo a dicembre) è responsabile di gran parte dell’aumento dell’inflazione, avendo guidato l’indice generale molto sopra quello core. Nel 2020 si registrava, invece, un calo (fino a -12,7%). I prezzi al consumo dell’energia in Italia (cioè carburanti per i trasporti, gas ed energia elettrica per la casa) seguono, infatti, in media, con un breve ritardo, le oscillazioni della quotazione del petrolio Brent convertita in euro, che quest’anno è risalita oltre i valori pre-crisi: nello scenario CSC, nella media del 2021 si registra un +56% in euro, dopo un -36% l’anno scorso. Nel 2022 il Brent è atteso segnare una parziale flessione e quindi i prezzi energetici in Italia dovrebbero curvare gradualmente al ribasso, verso una dinamica in avvicinamento allo zero, frenando l’indice generale.

I prezzi alimentari si stanno mantenendo su un ritmo di crescita moderato (+2,6% annuo a dicembre), dopo essere caduti in negativo fino a maggio (-0,8%). Dalle materie prime alimentari, infatti, nel 2021 sta venendo una spinta al rincaro. Nel 2022, invece, è attesa una parziale flessione per le commodity del settore. La crescita dei prezzi al consumo alimentari in Italia, quindi, dovrebbe abbassarsi.

Vi è un ampio divario tra l’inflazione americana, europea e quella italiana, vediamo perché.

L’enorme rincaro delle commodity, da fine 2020, è comune a tutte le economie occidentali, importatrici di materie prime e manifatturiere. Ma nel 2021 sono emersi profondi divari nella dinamica dei prezzi al consumo nelle diverse economie. Mentre in Italia l’inflazione è salita in larga parte per l’aumento dei prezzi energetici, e al netto di energia e alimentari resta bassa, indicando che le pressioni domestiche sui prezzi sono moderate, le dinamiche dei prezzi sono risultate molto più elevate, in tutto il corso del 2021, in altri paesi dell’Eurozona e, soprattutto, negli USA (Grafico B).

Nell’Eurozona c’è evidenza di rincari nei beni industriali non energetici (+2,9% annuo), che possono essere collegati ai rincari delle commodity (ma ha influito anche un timing anomalo dei saldi stagionali nel 2020-2021). Questo ha contribuito a portare la core inflation al +2,6%, un valore da tenere d’occhio. Ma il contributo maggiore al rialzo viene, comunque, dall’energia, come in Italia. Per questo il balzo dell’inflazione europea nel 2021 (+5,0% annuo a dicembre) può essere temporaneo nella misura in cui scenderà il prezzo dell’energia. In base alle stime della Banca Centrale Europea, l’inflazione in Italia nel 2021 dovrebbe risultare più bassa di quella media dell’Eurozona di 0,4 punti e nella media del 2022 si dovrebbe mantenere circa questo divario.

Situazione diversa e più preoccupante negli USA, dove l’inflazione è salita prima e di più (+5,7% a novembre). La differenza principale è che in America è salita molto anche l’inflazione di fondo (+4,7%), che ha superato ampiamente la soglia del +2%. In particolare, negli ultimi mesi si è registrata un’impennata dei prezzi dei beni di consumo durevoli, che in Italia e in Europa non si è avuta.

Cosa spiega questi ampi divari di inflazione? Stando ai dati di confindustria sarebbero molteplici i motivi di questi ampi divari nelle traiettorie dei prezzi al consumo in Italia e in Europa rispetto agli USA.

La forte domanda negli USA trascina all’insù i prezzi Nel confronto USA-UE, il principale è la diversa forza della domanda: negli USA l’economia è già risalita molto sopra i valori pre-crisi. In particolare, i consumi di beni durevoli si sono impennati, superando di gran lunga non solo il livello ma anche il trend pre-Covid. Invece, in Europa e in Italia, sebbene ci stiamo avvicinando rapidamente a quei valori, solo nei prossimi trimestri il gap creato dalla crisi sarà colmato.

Un fattore decisivo che può spiegare la diversa forza della domanda è lo stimolo di bilancio, che è stato molto elevato in Europa, ma enorme negli USA, spingendo di più i consumi: nel 2020 il deficit USA è arrivato a toccare quasi il 15% (dal 5,7% nel 2019), quello UE è salito al 7,2% (da 0,6%).

In Italia, assorbiti dalle filiere i rincari delle commodity Un confronto, per l’Italia, tra i prezzi nelle varie fasi della filiera (materie prime, manifattura, consumo) è utile per comprendere le dinamiche in atto e il ruolo della domanda.

A fronte del balzo dei prezzi delle commodity (+34,3% le non energy in euro da ottobre 2020 a novembre 2021), in Italia la risposta dei prezzi al cancello della fabbrica è stata molto eterogenea . Alcuni settori più a monte, produttori di beni intermedi, sono riusciti a rialzare i listini in modo significativo (+17,5%), pur non riuscendo a trasferire integralmente gli aumenti dei prezzi degli input. Invece, quelli più a valle, che producono beni di consumo e sono più vicini alla domanda finale domestica, che ha da poco ini­ziato la sua risalita, non sono riusciti ad andare oltre un rincaro moderato (+3,5%). Infine, la dinamica dei prezzi nella fase del consumo, come detto, è appena positiva. Tutto questo aiuta a spiegare la dinamica moderata dell’inflazione di fondo in Italia.

Ma i divari nei prezzi nelle varie fasi della filiera indicano, anche, condizioni molto differenti dei mark-up nei vari settori produttivi. Il dato medio sui margini della manifattura, in forte calo nella prima metà del 2021 e poi piatto nel 3° trimestre, non coglie appieno l’effettiva sofferenza di alcuni comparti.

Vediamo adesso perché  Il caro-energia penalizza particolarmente l’Italia.

Il prezzo del gas naturale, che fino ai primi mesi del 2021 era rimasto contenuto, si è progressivamente impennato a partire da maggio. Ora è la commodity che mostra il rincaro maggiore: +423% nel corso del 2021 fino a dicembre, cioè prezzo più che quintuplicato (Grafico E). Il balzo del prezzo del gas ha determinato un forte (ma temporaneo) effetto di spillover sul petrolio, dopo una quasi-stabilizzazione che durava da alcuni mesi, con un aumento in ottobre da 75 a 84 dollari al barile (ma poi un calo a novembre e dicembre).

Perché è rincarato il gas? Il balzo del gas è dovuto in una certa misura a questioni geo-politiche (le tensioni tra UE e Russia), come mostra il divario regionale nei prezzi: in Europa +723% dal livello pre-crisi (dicembre 2019), mentre negli USA +66%. Ciò si è sommato a una effettiva scarsità nel mercato fisico (scorte ai minimi in Europa). Dunque, il rincaro è in parte strutturale, ma per il resto è difficile prevedere quando rientrerà perché è legato a cause extra-economiche.

Mix italiano delle fonti di energia basato sul gas Tra i principali paesi europei, l’Italia è quello più esposto al rincaro del gas naturale. Infatti, il mix energetico del nostro paese privilegia tale fonte: 42% del consumo totale di energia in Italia nel 2020 (cui si somma il 36% di petrolio), contro il 38% nel Regno Unito, lontano dal 26% in Germania (che usa molto carbone), dal 23% in Spagna (che si affida di più al petrolio) e dal 17% in Francia (che conta sul nucleare; dati BP)

 Cercheremo adesso di mostrarvi come e perché l’assunto che segue, “Il balzo del gas è dovuto in una certa misura a questioni geo-politiche (le tensioni tra UE e Russia)” è nella fattispecie una manovra di occultamento delle reali cause che soggiacciono alla questione che stiamo cercando di sviscerare, oltre che l’ennesimo scivolone prima ancora che giornalistico, logico!

Per prima cosa, non si può parlare di tensioni geopolitiche tra Russia ed Europa, poichè l’Europa è una colonia statunitense e in quanto tale non vige del principio di autodeterminazione in alcuna delle scelte geopolitiche che contano nello scenario che cerchiamo di descrivere.

Secondo, ma non per importanza, la ragione di tali suddette “tensioni geopolitiche” sono il frutto di una speculazione globale che è parte di un progetto ben più ampio, iniziato con l’operazione Corona.

Per comprendere i termini di tale speculazione, non troppo differente da quella che segnò il crollo della moneta italiana e le speculazioni sorosiane, dobbiamo partire non dal gas, dove tutto il main stream ci fa guardare puntando il dito, ma dal petrolio.

Tutto ebbe inizio, non a caso, durante la ben nota pandemia per dementi, quel raffreddore indotto dal quel maledetto corona virus, ringalluzzito prima dall’accoppiamento anomalo di un pangolino e un pipistrello, in gita al mercato di Wuhan e poi, dopo le ri-trovate mail del dott. Fauci, ripescate non proprio a caso, nelle quali figuravano dei laboratori americani in territorio cinese, sempre a Wuhan, dove una equipe di malvagi scienziati all’oscuro dei governi creavano in laboratorio il temibile carogna virus a cui media e giornali occidentali diedero il nome di covid 19. In seguito ai lockdown e alle conseguenti restrizioni di natura socio-economica, collassarono le produzioni delle piccola e media imprenditoria, si fermarono i trasporti aerei, i viaggi e l’utilizzo delle automobili, facendo così crollare la domanda di petrolio sul mercato.

Ciò comportò inizialmente una diminuzione dei prezzi del barile, e un aumento della quantità del greggio stoccato. Che fare per uscirne? Bene le maggiori industrie di estrazione petrolifere (che guarda caso hanno le mani in pasta in armamenti militari e case farmaceutiche) se ne inventarono una buona (per i loro interessi, certo!) ovvero sia, cominciarono a rallentare fino a diminuire le estrazioni, in tal modo da ingenerare durante la cosidetta “fase di ripresa” che altro non è che “mentre te barcolli noi fatturiamo” un aumento “spontaneo” dei prezzi del greggio al barile.

Dunque con la ripresa e riapertura, la domanda crebbe di nuovo, ma il petrolio a disposizione era nel frattempo tragicamente diminuito; e come detto, il prezzo dei barili stoccati crebbe enormemente tanto che oggi non bastano 100 euro per fare il pieno all’auto.

Facciamo un piccolo passo indietro, andando a ritroso fino allo scorso gennaio 2022.

In tale data in un comunicato l’Opec+ ha confermato la scelta di mantenere invariato il piano di produzione già approvato. A gennaio, dunque, l’aumento della produzione non supererà i 400.000 barili di petrolio al giorno. Sufficiente per far arretrare ancora le quotazione dei future petroliferi, che dopo la conferma della decisione sono già scesi fino a 64,82 dollari al barile per il Wti, e a 68,10 dollari al barile per il Brent.

Gli effetti sul prezzo del barile si erano già visti con l’avvento della Omicron: nel giro di una settimana il Wti è passato da 78 a 65 dollari, e il Brent da 79 a 68 dollari. Ricordiamo che all’inizio della pandemia nel 2020 il prezzo del petrolio era arrivato a zero. Alcuni analisti avevano anticipato che l’Opec+ si sarebbe mossa con cautela.

L’Opec+ è pronta ad aspettare più dati sull’efficacia dei vaccini attuali prima di fare qualsiasi cambiamento significativo alla sua strategia di ripresa.

Per Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli, “sicuramente quello di oggi è un vertice Opec+ tra i più difficili”. A pesare è “una sfida tra Usa e Medio Oriente con complicità russa dove le variabili che hanno influenzato le decisioni si sono focalizzate sull’apertura delle riserve strategiche da parte degli Stati Uniti e di altri Paesi consumatori”. Tensioni a cui si è aggiunta la variante Omicron, che ha avuto conseguenze sul traffico aereo e su altri settori “per una politica di forte di prevenzione. Sicuramente il leggero crollo del prezzo del barile di questi ultimi giorni ha preoccupato il vertice che, nell’eventualità di rallentare gli aumenti di produzione decisi qualche mese fa, ha preferito una posizione di equilibrio e prudenza con produzione invariata, almeno fino al prossimo incontro a Vienna”, ha aggiunto Marsiglia.

Le cautele sui prossimi passi hanno anche una natura politica. “Forse in pochi però – fa notare Marsiglia – hanno colto la vera preoccupazione di oggi che i paesi membri hanno saputo ben nascondere: la prossima scadenza dell’Organizzazione che vedrà il Segretario Generale Barkindo passare il testimone al nuovo Esecutivo petrolifero. Se tempo fa la Penisola Arabica e parte del Continente africano sono stati sempre leader nell’Organizzazione, oggi anche la Russia ha la sua voce in capitolo che si farà sentire”. https://www.rainews.it/articoli/2021/12/LOpec-plus-decide-di-non-alterare-il-piano-di-estrazione-per-gennaio-prossimo-87f808dc-214e-4faf-91c1-2f20fb691774.html

L’OPEC è l’organizzazione dei Paesi produttori di petrolio composta originariamente da 14 membri, A questi nel 2016 se ne sono aggiunti altri 10 e con il nuovo assetto il nome è diventato OPEC plus

Ad oggi l’OPEC, Organization of the Petroleum Exporting Countries, conta 14 paesi membri di cui ecco la lista completa:

  • L’Algeria: un membro strategicamente importante dell’organizzazione che è stato il primo paese a nazionalizzare la propria produzione nel 1971.
  • L’Angola: uno dei paesi produttori che hanno mostrato la più elevata crescita negli ultimi dieci anni.
  • Il Gabon: nel 1996 era uscito dall’OPEC per poi reintegrarlo nel 2016.
  • La Libia: ha un forte potenziale di esplorazione e la sua posizione in seno all’OPEC dovrebbe quindi progredire, soprattutto dopo la sospensione delle sanzioni occidentali e a condizione che le contestazioni politiche non pongano problemi.
  • La Nigeria: anche la sua produzione è in crescita grazie ai suoi importanti sviluppi in offshore profondo ma va segnalato che tende a superare regolarmente le sue quote di produzione. La sua industria petrolifera è ancora poco nazionalizzata.
  • La Guinea Equatoriale: è il terzo più grande produttore di petrolio in Africa ed ha integrato l’OPEC nel 2017.
  • La Repubblica del Congo: ha raggiunto l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio nel 2018 per solidarietà e per profittare dei fondi dell’OPEC.
  • L’Ecuador: è entrato a far parte dell’OPEC nel 1973 per uscirne nel 1992. Successivamente è tornato sui suoi passi nonostante la sua piccola produzione rispetto agli altri membri dell’organizzazione.
  • Il Venezuela: ha svolto un ruolo preponderante in seno all’OPEC rendendo l’organizzazione una vera e propria arma politica. Il paese possiede la più grande riserva mondiale di petrolio greggio davanti all’Arabia Saudita.
  • L’Arabia Saudita: è il membro più anziano dell’OPEC e il suo capo storico. Il paese detiene la seconda più grande riserva di petrolio al mondo ed è ad oggi il più grande produttore ed esportatore. Tuttavia, la strategia dell’Arabia Saudita si basa soprattutto sulle sue riserve dato che i suoi giacimenti si stanno esaurendo.
  • Gli Emirati Arabi Uniti: principalmente Abu Dhabi, che è un produttore importante ma tutti i suoi giacimenti principali sono già stati sfruttati da oltre trent’anni.
  • L’Iraq: non è più veramente interessato dalle quote dopo i conflitti che lo hanno colpito ma dispone di riserve che sono tra le più grandi dell’OPEC.
  • L’Iran: è uno dei membri più anziani dell’OPEC ed esprime la propria determinazione nel servirsi del petrolio come di un’arma e di un mezzo di pressione contro gli Stati Uniti. Tuttavia, i giacimenti iraniani sono attualmente in declino.
  • Il Kuwait: ha come particolarità che la maggior parte delle sue riserve è concentrata in un unico giacimento che ha raggiunto il suo picco di produzione e le sue riserve ufficiali sono largamente contestate a causa dei numerosi cambiamenti politici del paese.

Cos’è L’OPEC+ e chi sono i suoi membri.

Come si è potuto vedere, diversi paesi che fanno parte dei più grandi produttori mondiali di petrolio non fanno parte dei membri dell’OPEC. Si tratti di Russia, Canada, Sudan, Messico, Regno Unito, Norvegia, Stati Uniti e Oman. Per tentare di rimediare a questo problema, l’OPEC si è associata in maniera più ufficiosa con alcuni paesi produttori in modo da creare una sorta di alleanza chiamata OPEC+.

Questa alleanza dell’OPEC con altri 10 paesi produttori è stata messa in atto nel 2016. Da allora, l’OPEC+ riunisce i paesi dell’OPEC sopraelencati e i seguenti paesi:

  • Russia
  • Messico
  • Kazakistan
  • Azerbaijan
  • Bahrein
  • Brunei
  • Malesia
  • Oman
  • Sudan
  • Sudan del Sud

I paesi membri dell’OPEC+ non sono ovviamente tenuti a rispettare le decisioni prese dall’OPEC, in particolare quelle relative alle quote di produzione ma possono comunque partecipare alle discussioni dell’organizzazione ed avere degli scambi con i loro concorrenti in maniera più diretta a seconda delle condizioni del mercato internazionale. Si constata tuttavia che l’OPEC+ ha permesso, in occasione delle crisi importanti, di risolvere certe liti e di evitare un crollo eccessivo dei prezzi del barile a livello internazionale.

 Il paese che attualmente produce maggiormente petrolio al mondo sono gli Stati Uniti con una produzione nell’ordine di 571 milioni di tonnellate l’anno. Da notare che gli Stati Uniti sono al tempo stesso anche il più grande consumatore mondiale di petrolio. Sebbene il paese sia il più grande produttore di petrolio, le sue riserve sono inferiori a quelle di altri paesi produttori, in particolare di quelle dell’Arabia Saudita.

Dalla lista di cui sopra, il paese, di cui tanto si parla ultimamente (a parte l’Ucraina, certo) che dal 2016 entra a far parte dell’Opec + è proprio la Russia. Non la Cina, avete letto bene, la Russia!

Le riunioni organizzate dall’OPEC e dall’OPEC+ risultano molto interessanti per gli investitori perché in occasione di tali incontri vengono spesso decisi i volumi della produzione di petrolio i quali influiscono direttamente sul prezzo del petrolio greggio in quanto definiscono l’offerta di petrolio mondiale. Comparando l’offerta alla domanda si possono prevedere la forza e la volatilità della tendenza che sarà seguita dal prezzo dell’oro nero.

Seguendo la metodologia d’indagine del follow the money, noi di OndaRadio ci siamo chiesti: chi sono i maggiori investitori ?

Maggiori investitori istituzionali

Azionista Azioni Data riportata % in uscita Valore
Vanguard Group, Inc. (The) 364.432.696 30 mar 2022 8,65% 30.098.496.362
Blackrock Inc. 275.079.344 30 mar 2022 6,53% 22.718.803.020
State Street Corporation 251.154.186 30 mar 2022 5,96% 20.742.824.221
FMR, LLC 117.623.095 30 mar 2022 2,79% 9.714.491.416
Geode Capital Management, LLC 71.409.928 30 mar 2022 1,70% 5.897.745.953
Norges Bank Investment Management 52.041.576 30 dic 2021 1,24% 3.184.424.035
GQG Partners LLC 51.800.709 30 mar 2022 1,23% 4.278.220.556
Bank Of New York Mellon Corporation 48.361.186 30 mar 2022 1,15% 3.994.150.351
Northern Trust Corporation 47.824.543 30 mar 2022 1,14% 3.949.829.006
Bank of America Corporation 47.615.342 30 mar 2022 1,13% 3.932.551.095

Insomma da una breve lettura di questo elenco facilmente consultabile su yahoo finanza, o su qualsiasi altro provider di rete, si capisce come i nomi dei gruppi azionisti siano gli stessi di quelli che stanno dietro industria bellica e farmaceutica.

Ma andiamo al nocciolo della nostra questione! La bolla speculativa del petrolio serve a giustificare la chiusura dei rubinetti da parte di GAZPROM? NO! E allora? A chi giova?

Bene, si dia il caso che una percentuale non indifferente di tali fondi azionistici abbia le mani in pasto anche nell’industria del carbone; in tal modo dal peggiore dei mali- legambiante 2013 ora pare essere la contromisura adatta in ottica green green per far fronte alla crisi energetica pilotata dagli stessi azionisti istituzionali, i cui interessi naturalmente sono diversificati, un pò come l’approvvigionamento energetico del futuro, green e diversificato. E’ chiaro che leggendo il pdf di Legambiente di cui sopra in allegato, persino un bambino capirebbe che si fa presto a dire Green!

E ironia della sorte, o forse conseguenza inevitabile è proprio green.it la versione italiota del neoiperglobal green.com ad informarci sulle società che hanno cominciato proprio nel marzo 2022 ad investire sul carbone.

Sarebbero 120 le società che stanno facendo investimenti sul carbone, e il primo fatto strano o paradossale che si nota è che non tutte sono delle classiche compagnie del carbone e che, ancora peggio, si stanno facendo investimenti nel carbone in Paesi in cui non erano praticamente mai stati fatti, come per esempio Venezuela, Egitto, Pakistan e Malawi, solo per citarne alcuni. Un caso su tutti: in Malesia c’è un produttore di inchiostri e di materiali da stampa che, alla ricerca di nuovi modelli di business, ha deciso di puntare di punto in bianco sugli investimenti nel carbone. Una scelta assurda e miope, laddove i numeri stessi dicono che le energie rinnovabili costituiscono una scelta più redditizia e in ogni modo più tutelata dal punto di vista normativo praticamente ovunque.

Mentre il nostro stesso pianeta ci chiede di buttarci sulle rinnovabili, queste compagnie stanno dunque in certi casi costringendo dei Paesi che non l’hanno mai fatto a diventare dipendenti da nuove e costose centrali a carbone. E questo perché, una volta costruita, una centrale a carbone difficilmente può essere lasciata spenta. Anzi, economicamente parlando, per ammortizzare le spese di costruzione una centrale a carbone deve restare attiva per più di 40 anni, condannando di fatto il pianeta intero ad uno scenario totalmente contrario rispetto a quello pianificato dagli Accordi di Parigi: questi nuovi investimenti nel carbone potrebbero infatti comportare un aumento di 4 gradi centigradi. Eppure, stando al report, nei prossimi anni il Bangladesh potrebbe passare da 250 a 15.960 megawatt prodotti con il carbone, e così anche l’Egitto, dallo zero attuale a 17mila megawatt. 

Ma a quanto pare la transizione ecologica promossa dal presidente Draghi è solo nominale, poiché nei fatti è tutt’altro che green!

Quali sono le compagnie che stanno facendo investimenti nel carbone?

Ma chi sono queste società che contro ogni consiglio dal mondo scientifico si stanno lanciando in nuovi investimenti nel carbone? Davanti a tutto c’è la India’s Thermal Powe Corporation, che ha pianificato nuovi impianti a carbone per un totale di 38mila megawatt, seguita al secondo, terzo e quarto posto dalle società cinesi SPIC con 31.500 megawatt, China Datant, (28.900 megawatt), e Shenhua (17.250 megawatt). Insomma, è soprattutto l’Asia a trainare i nuovi investimenti nel carbone. Ma anche in Europa c’è chi ha deciso di remare contro corrente, come la compagnia polacca Polska Grupa Energetyczna. Potremmo tirare un sospiro di sollievo vedendo che no, per fortuna nessuna compagnia italiana è presente in questa lista, ma in realtà è una soddisfazione parziale: anche se nessuna compagnia italiana sta pianificando la costruzione di un impianto, c’è qualcuno che sta comunque investendo in quella direzione. Generali, infatti, nel 2016 ha investito 33,8 milioni di dollari proprio nei progetti inquinanti della compagnia polacca, la quale per l’appunto è la più attiva nel nostro continente nel promuovere e sfruttare il carbone.

Quali sono le migliori azioni di carbone da comprare? Secondo il noto Invez.com ecco qui di seguito la lista. Inoltre sempre seguendo il metodo epistemologico del follow the money, dopo alcune indagini ci siamo accorti che 5 società su 5 sono statunitensi. E’ chiaro come il tentativo per la sopravvivenza del petrol dollaro passi inevitabilmente dalla diversificazione, ovvero sia, quella strategia che diversifica le fonti energetiche delle risorse, per un approvvigionamento più sostenibile. Ma sostenibile per chi? Per l’ambiente, abbiamo visto, anche no! Per le tasche dei contribuenti, anche no elevato alla seconda, visto il rincaro senza tregua dei carburanti, del gas e dell’energia elettrica.

1 ARCH Arch Resources  
2 HCC Warrior Met Coal  
3 CEIX Consol Energy  
4 NC NACCO Industries  
5 AREC American Resources   Ssss

Un altro orpello diversificante, e il gas liquido, che come tutti sanno, forse non tutti, a quanto pare, basterebbe a coprire solo il 5% del fabbisogno interno dell’intera penisola italiana, che alla luce della storica sudditanza coloniale nei confronti di Washington, parrebbe ormai quasi costretta all’acquisto del GNL (gas naturale liquidomade in Usa. Perchè utilizzarlo? Perchè è più facile da trasportare, soprattutto in quei paesi non dotati da gasdotti. Alt, all’Italia servono più rigassificatori, esordisce il megafono globale! Certo perchè una volta trasportato occorre rigassificarlo ovvero riportarlo dallo stato liquido a quello gassoso. Qualora si volesse importare più GNL, occorreranno all’Italia nuove infrastrutture. Il processo di rigassificazione si compone di diverse fasi, tali passaggi di stato e il trasporto ha un costo molto alto; non a caso l’amministrazione Biden sta spingendo enormemente affinchè il secondo produttore al mondo di GNL, il Qatar, cominci a rifornire l’Europa.

Ora se riprendiamo la lista dei Paesi dell’OPEC e quella dell’OPEC + guarda caso il Qatar non è presente. Coincidenza? Sì, se fossimo tutti dementi e contenti.

Quindi spiegate fin qui le ragioni del contenzioso tra Opec e GAZPROM, contenzioso che il main stream, non si esime, dal buttare in caciara, ripiegando sulle cause belliche, sorge adesso però spontanea una domanda “cosa c’entrano le finzioni”? Scusate volevamo dire sanzioni, ok! Ennesimo specchietto per dementi dormienti. Mentre ci fanno credere che i rincari siano una conseguenza degli avvenimenti bellici in territorio ucraino, portano inesorabilmente avanti il piano del grande reset, che incoronerà la grande super potenza del nuovo ordine mondiale, e indovinate chi? Proprio la Cina, non la Cina di Mao, la Cina del controllo sociale a suon di algoritmi, la cina dell’interfaccia mentale con un cloud connesso ad internet, la Cina di quella società distopica 4.0 che Hollywood con i suoi film di fantascienza ci ha insegnato a guardare con meno diffidenza; la Cina dei lockdown, la Cina degli operai senza volto ne diritti, la Cina del deep state globale, quella Cina che una volta servitasi della grande Madre Russia, si disferà anche di essa, proclamandosi così come unica e sola potenza planetaria.

https://ondaradioofficial.wordpress.com/2022/06/22/i-rincari-delle-commodity-rischiano-di-bloccare-le-imprese-conseguenza-della-guerra-o-speculazione-pilotata/

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